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estratto da: Lo specchio in frantumi.
Miti e mitologie del sentire politico della modernità, In
corso di pubblicazione presso Giappichelli editore, Torino
Attualità di una metafora Al pari dello specchio e
del libro, la luce è un'antica metafora; anzi la più antica e la più
forte. Accompagna l'uomo fin dagli albori della sua esperienza e del suo
fantasticare perché la luce del sole e ancor più quella rubata al sole per
illuminare la notte, dà la certezza di vivere e di vincere la morte. La
cultura europea del XVIII secolo si impegnò a vincere le tenebre e le
paure della notte nella certezza di offrire all'uomo della modernità un
nuovo ordine del tempo e un territorio illimitato per le sue esperienze.
Forse proprio per questa sua volontà di autodefinirsi facendo ricorso alla
metafora della luce il Settecento, secolo dei Lumi, appare, assai più del
Seicento, accosto a noi, è parte viva della nostra memoria, ci appartiene.
Durante gli anni Trenta del Novecento e poi ancora dopo il secondo
conflitto mondiale, il richiamo al Settecento ha attratto e conquistato
gli storici. La Rivoluzione francese è stata una Medusa capace di sedurre
e, talvolta, di pietrificare. Il suo studio e il dibattito storiografico
che ne è seguito sono stati un modo di far politica, anzi un luogo della
politica e soprattutto in Italia perché nel nostro paese una cultura, da
più di venti anni isolata, doveva riprendere, all'indomani del secondo
conflitto, contatto con l'Europa e riprogettare il passato per
conquistarsi un futuro.
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Sviluppo,
crescita, progresso In genere agli storici il
Settecento parla in francese. Effetto di una spinta egemonica ed espansiva
della cultura d'oltralpe, si dirà. Sicuramente; però anche effetto della
grande intensità di eventi culturali, sociali ed economici che, nel corso
del XVIII secolo, investono il regno di Francia, accelerano la sua storia
e ci trasmettono una rinnovata sostanza della temporalità. La verità forse
è che la storia del Settecento, così come l'abbiamo generalmente costruita
e la pratichiamo, si snoda su indicatori che ci sono familiari: lo
sviluppo, la crescita, il progresso. Sviluppo demografico innanzi tutto,
espansione economica, rapido mutamento sociale. Il secolo dei Lumi, letto
come un tempo di ottimismo solare, ha rappresentato ai nostri occhi la
chiave di volta della piena modernità, la sua maturità, quasi ci pare che
gli abitatori del Settecento abbiano vissuto il nostro tempo promesso e a
lungo siamo stati convinti che, con la Rivoluzione, questi autorevoli
progenitori, ci abbiano consegnato lo strumento per la definitiva
colonizzazione del tempo. E così l'opzione tra Seicento e Settecento,
anche per lo storico, è stata, sino a non molto tempo fa, una scelta di
campo, un diverso approccio ideologico alla modernità.
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Seicento e
Settecento È infatti evidente: il Seicento, secolo
classico e tragico di fondazione dell'Europa, richiama l'esperienza di una
grave stagnazione economica e del trionfo della morte; è il secolo di un
assolutismo tanto apparentemente (ma solo all'apparenza, come si è visto)
immobile da essere sacrale; secolo delle aristocrazie e delle rivolte di
contadini famelici, della mistica intensità dei sentimenti, di una gloria
barocca e cerimoniale, della scienza di invenzione del soggetto e
dell'esperienza riformatrice della fede; il Barocco non sembra fare
promesse terrene e ogni volta che lo afferriamo rischia di dissolversi nel
suo presente. Il Settecento invece, se letto attraverso i nostri
indicatori, appare privilegiato: secolo dell'ottimismo e dell'apollineo,
del successo demografico e della vittoria sulla morte; svolta epocale che
avvia la grande espansione europea, il Dixhuitième è il tempo della
mobilità e di un positivo mutamento sociale, dall'assolutismo illuminato e
riformatore. Nella cultura dei Lumi l'esperienza letteraria e filosofica
non ha più nulla di clandestino, sofferto o silenzioso, è trasparente, e
la censura, in luogo di limitare la diffusione del pensiero e delle opere,
la esalta, costituisce un titolo di merito perché la trasgressione diviene
moda, ragione di consenso e di consumo. Divulgatori della cultura
precedentemente cumulata, i philosophes certificherebbero
l'emergere impetuoso delle borghesie, l'affacciarsi dell'avventura
tecnologica, promuoverebbero la cultura come lotta per una definitiva
emancipazione e l'impegno politico dell'intellettuale. E si ritiene che
sia proprio nel Settecento a prendere forma l'intellettuale militante,
mentre la passione politica dei philosophes sarebbe la visibile
manifestazione di un patto disvelato e infranto tra potere e sapere. E
infine giunge la Rivoluzione sociale e politica, quella definitiva, che
volta pagina e inaugura la fede laica. Una Rivoluzione che ci spiega ancor
oggi il segreto della modernizzazione la quale altro non è che legalità
diffusa, buon uso delle istituzioni, centralità del soggetto nello
sviluppo del potere. Fratture, crisi, ricongiunzioni e ponti lanciati tra
le varie ere del tempo sono del resto la strada obbligata per narrare la
storia universale. Per la verità questi due luoghi secolari della
modernità hanno molto più in comune di quanto possa apparire al nostro
sguardo. Una lettura senza barriere cronologiche dei due secoli pone in
luce un ciclo forte della storia europea, sicuramente pieno di
discontinuità che tuttavia smagliano appena una trama solida della civiltà
europea, un habitat temporale dell'uomo occidentale in movimento,
ma fatto di comuni denominatori. Le strutture della società, dell'economia
e del pensiero, pur lavorate dal tempo, non paiono erose più di tanto nel
corso dei due secoli e, al capolinea del 1789, la Rivoluzione si batte
contro un regime che pare immutato da almeno duecento anni e che anzi,
proprio nel 1789, vien letto in tutta continuità fin dal cuore del
medioevo. Ed è per questo, non per altro, che gli uomini delle assemblee
rivoluzionarie vivranno la responsabilità verso il tempo e la sua
produzione come un impegno a rifondare la storia e il genere umano. Il
ciclo forte della rivoluzione scientifica meccanicista (da Keplero-Bacone
a Laplace-Kant passando per Cartesio e Newton) e il definitivo decollo
mondiale dell'economia capitalista (dalla crisi del Mediterraneo
all'affermazione del polo dell'Atlantico) saldano i due secoli più di
quanto gli assetti disciplinari e gli orientamenti metodologici degli
storici non li dividano. Cosicché di recente la mitologia solare e
ottimistica che il secolo dei Lumi ci ha trasmesso in alternativa ai
rigori dell'età classica è stata offuscata da ombre inquietanti. Osservata
al microscopio di un dibattito storiografico e di una esplorazione storica
sovrabbondante, la civiltà dei Lumi pare oggi non proprio solare, ma anzi
pregna di incertezze e di nostalgie, di resistenze e ripiegamenti, e il
progetto elitario di una società liberal-aristocratica, tanto tenace
quanto illusorio (ci vorrà la Rivoluzione per venirne a capo), si
configura come un luogo di luci soffuse, rischiarato debolmente, certo
pieno di ombre. Forse solo un chiarore. L'impatto così significativo che
su di noi ha prodotto la cultura illuministica, il suo imporsi ai nostri
occhi come una forza «nuova» e una svolta, si spiega in buona misura con
lo sforzo di esaltata promozione che gli stessi philosophes hanno
fatto del loro tempo, con l'autocelebrazione delle loro opere e la
proclamazione del ruolo dominante del libero pensatore nella gerarchia
delle figure sociali.
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Filosofi,
aristocratici e intellettuali Questa tendenza
narcisistica e autocelebrativa, che ripete il meccanismo di
autocelebrazione barocca del potere assoluto e ne mette a profitto le
tecnologie, è sicuramente la rivendicazione di un ruolo critico del
sapere; ma sarebbe erroneo confonderla con una vocazione all'opposizione e
leggere il philosophe come un precursore dell'intellettuale
impegnato dei secoli XIX e XX. Nei fatti e al di là del programma di
comunicazione e di immagine messo in campo e accuratamente gestito, i
philosophes (espressione coniata nel Settecento e da noi assunta,
ma che rimane generalmente oscura) sono «organici» al potere assoluto,
sudditi fedeli di un monarca dal volto umano, precettori di una rinnovata
aristocrazia, cortigiani di palazzi disseminati in tutta Europa. Proprio
in virtù dell'alleanza tra potere e cultura si assiste al trionfo
dell'aristocrazia: il Settecento è il secolo aristocratico per eccellenza
che vede il definitivo affermarsi del borghese-gentiluomo e una accelerata
produzione di ceti aristocratici per effetto di trapianto dai ceti dediti
alla rendita. Il dramma del 1793, la struttura stessa dell'azione
rivoluzionaria, è il risultato di un suicidio ideologico per camaleontismo
delle borghesie.
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Illuminismo
e Rivoluzione La soluzione rivoluzionaria inoltre può
essere agevolmente letta come il risultato obbligato di una
cristallizzazione di questa alleanza tra borghesie e aristocrazie, tra
cultura dei lumi e potere assoluto, e di un sentire politico che è fragile
sul piano dottrinario per un verso; ma è anche errore strategico nella
direttrice di marcia. Sino all'ultimo infatti e contro ogni evidenza la
cultura e la pratica politica dei Lumi puntano sull'assolutismo e sulle
sue procedure autoritarie di riforma. Fragilità e debolezza nella
divulgazione del razionalismo seicentesco, esasperazione delle direttive
baconiane di celebrazione del ruolo dominante della tecnologia,
superficiale e pericolosa sottovalutazione della «populace», un gusto
filantropico e un manierismo pacifista che cela invece le nuove forme
dell'autoritarismo. Di qui alcune tendenze ad interpretare «al negativo»
la cultura politica e la stessa civiltà del XVIII: sarebbe dal cuore della
«philosophie», («pensiero debole» per effetto di una superficiale mistica
del progresso), che prendono corpo le tendenze del pensiero totalitario;
la luminosa trasparenza del contratto sociale, delle leggi di natura, di
una politica riflesso della tolleranza e della filantropia, sarebbero un
velo mimetico inconsapevolmente steso sull'ostilità dell'uomo-leviatano.
Certo è che l'antico regime, sul piano delle strutture economiche e
sociali, non dà in Europa continentale segni di cedimento e i processi di
modernizzazione al di fuori della Francia coincidono con un consolidamento
dell'assolutismo seicentesco. È sicuramente vero che, sulla scorta del
buon andamento dell'economia rurale e della favorevole congiuntura
demografica, il Settecento esce dal tragico e dalle rigidità del Grand
siècle, si apre all'ottimismo e scopre la «felicità sociale». Ma
questo bonheur, e il desiderio di un immediato bien être, è
però la felicità dei ricchi, così come la natura benefattrice e l'ordine
razionale che essa deve promuovere sono patrimonio e programma esclusivo
di un suddito-cittadino che si definisce per differenza rispetto all'uomo
comune: civilizzato, filantropo e dotato di esprit de finesse il
primo, necessariamente volgare, incolto e potenzialmente aggressivo il
secondo. Oltre i confini delle città e delle corti-palazzo nel Settecento,
il tragico della civiltà materiale rimane ed è allora possibile costruire
un ciclo bisecolare della modernità di incubazione e preparazione dello
slancio planetario del XIX secolo: il Seicento e il Settecento vi
avrebbero lavorato insieme per effetto di initerrotta cumulazione. Senza
pretendere di offrire soluzioni interpretative rivoluzionarie, a me sembra
che il criterio di unità del sentire illuministico, quel che lo fa tanto
attraente per noi e per ciò stesso tanto inafferrabile e problematico, sia
da ricercare in quella «crisi della coscienza Europea» degli anni
1680-1715 da tempo messa in luce e descritta. Si tratta di un ciclo di
eventi culturali gettato a fare da ponte tra il Grand siècle e il
secolo dei Lumi la cui indiscutibile omogeneità è il movimento, la «messa
in moto» del motore stesso della modernità, una sorta di accelerazione
quantitativa delle opere del pensiero, un passaggio dalla stabilità al
movimento. Quel che fa il clima vero dei Lumi e riduce a unità un
articolato corso della civiltà è, in definitiva, una nuova dimensione del
tempo, una sua nuova sostanza e profondità, appena avvertibile prima, poi
vieppiù palese. Se nella prima metà del Novecento si è potuto riconoscere
nel XVIII secolo il nostro luogo delle origini e l'anno zero del nostro
calendario politico-culturale, è perché il tempo che crediamo di leggere
nel secolo dei Lumi è in movimento rispetto a quello solo apparentemente
immobile del Grand siècle. In movimento e di una sostanza
diversa.
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Una nuova
energia temporale Si tratta infatti di un tempo-energia che
si espande, subisce accelerazioni crescenti e giunge quasi sino a noi
creando canali di comunicazione diretta tra presente e passato; un passato
nostro che agli occhi degli abitatori di quel tempo era già futuro. Il
«qui e ora» dei philosphes è in realtà una guerra di liberazione
dalla solitudine e dalle magie del presente, una marcia in avanti, un
progredire verso un tempo-speranza che si è affrancato dai condizionamenti
dell'immobilità. E se oggi siamo inclini a prendere le distanze dal secolo
dei Lumi e della Rivoluzione è perché quel moto e «modo» del tempo, e i
patti che ne sono conseguiti, ci pare vieppiù estraneo per effetto della
sua ingenuità e dell'ottimismo che configura il tempo a venire come un
territorio amico e soggetto ad ogni operazione di dominio e di facile
conquista; perché ormai ci siamo lasciato alle spalle un brillante futuro.
In breve, quel che rende a noi famigliare il secolo dei Lumi è l'incerto e
faticoso percorso tra le grandi rivoluzioni della cosmografia occidentale
del Seicento (Keplero e Newton) e quella che coclude il Settecento e che
ci disvelano Kant e Laplace. Immanuel Kant e Pierre Simon de Laplace
estesero infatti al tempo le leggi che Newton aveva formulato per lo
spazio e misero a punto una nuova teoria dell'evoluzione del cosmo
immaginato come prodotto di un percorso temporale e, in definitiva come
frutto della temporalità. La ricerca delle origine dell'universo, condotta
nella dimensione del tempo, certificò che il moto non era eterno e
immobile, ma aveva una sua «storia»; che il tempo non era una base
assoluta e pura dell'esperienza; che la macchina dell'universo non era una
struttura uscita perfetta dalla mente di Dio; che il fiat
originario era solo l'avvio di un processo; e che, infine, una nube di gas
rotanti, una nebulosa, aveva dato luogo alla formazione di decine di
migliaia di altre nebulose e da queste, in virtù di tempi, vicissitudini,
storie diverse, erano evoluti i corpi celesti. Cosicché le zone buie e
silenziose dell'universo si illuminano improvvisamente di una loro vita e
le qualità del moto si trasmettono al tempo. Insomma quel che accade
successivamente e progressivamente nel Secolo dei Lumi è che la creazione
non ha più un luogo, né un tempo, semmai è nel tempo perché non c'è un
prima o un dopo che non sia temporalità; non vi è una creazione né
un'apocalisse, ma solo un fluire del tempo e una sua storia tutta da
scrivere. E di conseguenza che le leggi dell'universo non sono più solo
matematiche, ma anche storiche, che la natura ha una sua storia tutta
misurabile e databile in termini quantitativi (Buffon) e che questa storia
della natura altro non è che un susseguirsi di creazioni (Hutton), un
presente senza confini e in continua espansione. Naturalmente in questo cammino di liberazione del
tempo la «philosophie» dei Lumi rimane saldamente legata al meccanicismo e
al razionalismo e il suo ponte con il secolo di Luigi XIV non subisce
fratture; inoltre il tentativo di umanizzazione delle nuove dimensioni
della temporalità scoperte o solo intuite connettono in modo ancor più
rigoroso l'uomo alla società, alla «sua» natura, al suo stato di natura;
lo imprigionano di più al suo eccentrico e solitario destino e lo
allontanano irrimediabilmente dal cosmo.
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Avventure e
rivoluzioni Cosicché il secolo dei Lumi è un secolo di
avventure più che di rivoluzioni, di esploratori più che di conquistatori,
cosi come la conoscenza per gli enciclopedisti non ha nulla di perentorio,
di definitivo e di autoritario e la scienza nulla di mitologico o
feticista: l'Encyclopédie insegna infatti il buon uso della
ragione, non ne celebra il trionfo, offre un censimento delle zone di luce
per certificare il sussistere di infinite zone di ombra. «Il sistema
generale delle scienze e delle arti, è un labirinto e un cammino tortuoso
che lo spirito affronta senza troppo conoscere la strada da seguire»
scrive D'Alambert nel presentare l'opera. L'albero del sapere e delle
conoscenze diviene allora una inafferrabile sfera, «una specie di
mappamondo che deve mostrare i principali paesi, la loro posizione e le
loro vicendevoli dipendenze, il cammino in linea retta che vi è dall'uno
all'altro; cammino spesso interrotto da mille ostacoli che non possono
essere noti in ciascun paese se non che agli abitanti o ai viaggiatori, e
che non potrebbero essere mostrati che in carte particolari e molto
minute. Queste carte particolari saranno i diversi articoli
dell'Enciclopedia e l'albero o sistema figurato ne sarà il
mappamondo». Viaggi, esplorazioni, avventure. Nessuna conquista militare e
nulla di totalizzante e intollerante perché il viaggio dei
philosophes nel tempo e nel potere non ha ancora abbandonato quel
fondamento dell'humanitas celebrato proprio nel cuore del Seicento
da Cartesio: il dubbio radicale che è la ragione della tolleranza.
Soprattutto la metafora del labirinto consente infine di rendere giustizia
alla modernità del secolo dei Lumi, perché il cammino di scoperta che deve
condurre alla luce e alla libertà, implica necessariamente tentativi,
prudenze e capacità di ritornare sui propri passi, rinunce insomma
all'arroganza della certezza. La sfida che il labirinto propone è quella
all'intelligenza capace di giocare. Una ragione scritta in lettere
minuscole dunque e una pratica di pensiero attuale che può coniugarsi con
la postmodernità; un pensiero che è «debole di fronte a chi crede che
l'esito della lotta dipenda da un dizionario forte. È forte e vince,
talora, perché si accontenta di essere ragionevole». Cosicché se è forse
possibile ricercare nella cultura dei Lumi le radici della Rivoluzione
francese, non è agevole ricercare nel pensiero dei philosophes il
germe della Rivoluzione. Candide, del resto, non pensava certo di
capovolgere l'ordine sociale con una sua utopia o di sistemare il mondo
una volta per tutte, ma piuttosto di mettersi al riparo dalle sue follie,
da quelle zone buie che a fatica, e non si sa quando, potranno essere
illuminate. Non vi è dunque da stupirsi se sul piano del sentire politico,
il secolo dei Lumi non innovi rispetto alle mitologie del Seicento. Ciò a
cui si assiste è un rapido surriscaldarsi del dibattito politico sulla
costituzione della monarchia francese per effetto di espansione,
accelerazione della massa temporale: la celebrazione dell'assolutismo
allora si replica e anzi si esaspera sino alla sua definitiva implosione.
Ed è forse e solo questa la grande frattura dei Lumi rispetto al Seicento,
una frattura, del resto, leggibile alla grande distanza alla quale noi
oggi ci collochiamo. L'assolutismo illuminato o addirittura il «dispotismo
legale» modernizzano ulteriormente il concetto della sovranità
mantenendone la completa concentrazione, la piena esclusività, l'alto
livello di sacralizzazione, ma al tempo stesso lo consumano, lo erodono e
ne prendono le distanze. In virtù di questo processo il Settecento, sul
piano dell'antropologia politica, porta così a compimento il progetto
appena abbozzato alle origini della modernità: il secolo dei
philosophes conclude il processo di impasto delle figure del
principe, del cortigiano e dell'abitatore di Utopia, ne unifica i tempi
nella dimensione smisurata e immobile della sovranità assoluta; poi quasi
inavvertitamente crea il philosophe-citoyen e cioè il
suddito-sovrano. Di li a un passo ed ecco l'uomo-cittadino.
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