parte istituzionale

Corso 2000-2001

approfondimento


Roberto Moro
Lumi e chiarore diffuso

 

estratto da: Lo specchio in frantumi.
Miti e mitologie del sentire politico della modernità,

In corso di pubblicazione presso
Giappichelli editore, Torino

1. Attualità di una metafora 2.  Sviluppo, crescita, progresso
3. Seicento e Settecento 4. Filosofi, aristocratici e intellettuali
5. Illuminismo e Rivoluzione 6. Una nuova energia temporale
7.  Avventure e rivoluzioni  


Attualità di una metafora
Al pari dello specchio e del libro, la luce è un'antica metafora; anzi la più antica e la più forte. Accompagna l'uomo fin dagli albori della sua esperienza e del suo fantasticare perché la luce del sole e ancor più quella rubata al sole per illuminare la notte, dà la certezza di vivere e di vincere la morte. La cultura europea del XVIII secolo si impegnò a vincere le tenebre e le paure della notte nella certezza di offrire all'uomo della modernità un nuovo ordine del tempo e un territorio illimitato per le sue esperienze. Forse proprio per questa sua volontà di autodefinirsi facendo ricorso alla metafora della luce il Settecento, secolo dei Lumi, appare, assai più del Seicento, accosto a noi, è parte viva della nostra memoria, ci appartiene. Durante gli anni Trenta del Novecento e poi ancora dopo il secondo conflitto mondiale, il richiamo al Settecento ha attratto e conquistato gli storici. La Rivoluzione francese è stata una Medusa capace di sedurre e, talvolta, di pietrificare. Il suo studio e il dibattito storiografico che ne è seguito sono stati un modo di far politica, anzi un luogo della politica e soprattutto in Italia perché nel nostro paese una cultura, da più di venti anni isolata, doveva riprendere, all'indomani del secondo conflitto, contatto con l'Europa e riprogettare il passato per conquistarsi un futuro.

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Sviluppo, crescita, progresso 
In genere agli storici il Settecento parla in francese. Effetto di una spinta egemonica ed espansiva della cultura d'oltralpe, si dirà. Sicuramente; però anche effetto della grande intensità di eventi culturali, sociali ed economici che, nel corso del XVIII secolo, investono il regno di Francia, accelerano la sua storia e ci trasmettono una rinnovata sostanza della temporalità. La verità forse è che la storia del Settecento, così come l'abbiamo generalmente costruita e la pratichiamo, si snoda su indicatori che ci sono familiari: lo sviluppo, la crescita, il progresso. Sviluppo demografico innanzi tutto, espansione economica, rapido mutamento sociale. Il secolo dei Lumi, letto come un tempo di ottimismo solare, ha rappresentato ai nostri occhi la chiave di volta della piena modernità, la sua maturità, quasi ci pare che gli abitatori del Settecento abbiano vissuto il nostro tempo promesso e a lungo siamo stati convinti che, con la Rivoluzione, questi autorevoli progenitori, ci abbiano consegnato lo strumento per la definitiva colonizzazione del tempo. E così l'opzione tra Seicento e Settecento, anche per lo storico, è stata, sino a non molto tempo fa, una scelta di campo, un diverso approccio ideologico alla modernità.

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Seicento e Settecento 
È infatti evidente: il Seicento, secolo classico e tragico di fondazione dell'Europa, richiama l'esperienza di una grave stagnazione economica e del trionfo della morte; è il secolo di un assolutismo tanto apparentemente (ma solo all'apparenza, come si è visto) immobile da essere sacrale; secolo delle aristocrazie e delle rivolte di contadini famelici, della mistica intensità dei sentimenti, di una gloria barocca e cerimoniale, della scienza di invenzione del soggetto e dell'esperienza riformatrice della fede; il Barocco non sembra fare promesse terrene e ogni volta che lo afferriamo rischia di dissolversi nel suo presente. Il Settecento invece, se letto attraverso i nostri indicatori, appare privilegiato: secolo dell'ottimismo e dell'apollineo, del successo demografico e della vittoria sulla morte; svolta epocale che avvia la grande espansione europea, il Dixhuitième è il tempo della mobilità e di un positivo mutamento sociale, dall'assolutismo illuminato e riformatore. Nella cultura dei Lumi l'esperienza letteraria e filosofica non ha più nulla di clandestino, sofferto o silenzioso, è trasparente, e la censura, in luogo di limitare la diffusione del pensiero e delle opere, la esalta, costituisce un titolo di merito perché la trasgressione diviene moda, ragione di consenso e di consumo. Divulgatori della cultura precedentemente cumulata, i philosophes certificherebbero l'emergere impetuoso delle borghesie, l'affacciarsi dell'avventura tecnologica, promuoverebbero la cultura come lotta per una definitiva emancipazione e l'impegno politico dell'intellettuale. E si ritiene che sia proprio nel Settecento a prendere forma l'intellettuale militante, mentre la passione politica dei philosophes sarebbe la visibile manifestazione di un patto disvelato e infranto tra potere e sapere. E infine giunge la Rivoluzione sociale e politica, quella definitiva, che volta pagina e inaugura la fede laica. Una Rivoluzione che ci spiega ancor oggi il segreto della modernizzazione la quale altro non è che legalità diffusa, buon uso delle istituzioni, centralità del soggetto nello sviluppo del potere. Fratture, crisi, ricongiunzioni e ponti lanciati tra le varie ere del tempo sono del resto la strada obbligata per narrare la storia universale. Per la verità questi due luoghi secolari della modernità hanno molto più in comune di quanto possa apparire al nostro sguardo. Una lettura senza barriere cronologiche dei due secoli pone in luce un ciclo forte della storia europea, sicuramente pieno di discontinuità che tuttavia smagliano appena una trama solida della civiltà europea, un habitat temporale dell'uomo occidentale in movimento, ma fatto di comuni denominatori. Le strutture della società, dell'economia e del pensiero, pur lavorate dal tempo, non paiono erose più di tanto nel corso dei due secoli e, al capolinea del 1789, la Rivoluzione si batte contro un regime che pare immutato da almeno duecento anni e che anzi, proprio nel 1789, vien letto in tutta continuità fin dal cuore del medioevo. Ed è per questo, non per altro, che gli uomini delle assemblee rivoluzionarie vivranno la responsabilità verso il tempo e la sua produzione come un impegno a rifondare la storia e il genere umano. Il ciclo forte della rivoluzione scientifica meccanicista (da Keplero-Bacone a Laplace-Kant passando per Cartesio e Newton) e il definitivo decollo mondiale dell'economia capitalista (dalla crisi del Mediterraneo all'affermazione del polo dell'Atlantico) saldano i due secoli più di quanto gli assetti disciplinari e gli orientamenti metodologici degli storici non li dividano. Cosicché di recente la mitologia solare e ottimistica che il secolo dei Lumi ci ha trasmesso in alternativa ai rigori dell'età classica è stata offuscata da ombre inquietanti. Osservata al microscopio di un dibattito storiografico e di una esplorazione storica sovrabbondante, la civiltà dei Lumi pare oggi non proprio solare, ma anzi pregna di incertezze e di nostalgie, di resistenze e ripiegamenti, e il progetto elitario di una società liberal-aristocratica, tanto tenace quanto illusorio (ci vorrà la Rivoluzione per venirne a capo), si configura come un luogo di luci soffuse, rischiarato debolmente, certo pieno di ombre. Forse solo un chiarore. L'impatto così significativo che su di noi ha prodotto la cultura illuministica, il suo imporsi ai nostri occhi come una forza «nuova» e una svolta, si spiega in buona misura con lo sforzo di esaltata promozione che gli stessi philosophes hanno fatto del loro tempo, con l'autocelebrazione delle loro opere e la proclamazione del ruolo dominante del libero pensatore nella gerarchia delle figure sociali.

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Filosofi, aristocratici e intellettuali 
Questa tendenza narcisistica e autocelebrativa, che ripete il meccanismo di autocelebrazione barocca del potere assoluto e ne mette a profitto le tecnologie, è sicuramente la rivendicazione di un ruolo critico del sapere; ma sarebbe erroneo confonderla con una vocazione all'opposizione e leggere il philosophe come un precursore dell'intellettuale impegnato dei secoli XIX e XX. Nei fatti e al di là del programma di comunicazione e di immagine messo in campo e accuratamente gestito, i philosophes (espressione coniata nel Settecento e da noi assunta, ma che rimane generalmente oscura) sono «organici» al potere assoluto, sudditi fedeli di un monarca dal volto umano, precettori di una rinnovata aristocrazia, cortigiani di palazzi disseminati in tutta Europa. Proprio in virtù dell'alleanza tra potere e cultura si assiste al trionfo dell'aristocrazia: il Settecento è il secolo aristocratico per eccellenza che vede il definitivo affermarsi del borghese-gentiluomo e una accelerata produzione di ceti aristocratici per effetto di trapianto dai ceti dediti alla rendita. Il dramma del 1793, la struttura stessa dell'azione rivoluzionaria, è il risultato di un suicidio ideologico per camaleontismo delle borghesie.

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Illuminismo e Rivoluzione 
La soluzione rivoluzionaria inoltre può essere agevolmente letta come il risultato obbligato di una cristallizzazione di questa alleanza tra borghesie e aristocrazie, tra cultura dei lumi e potere assoluto, e di un sentire politico che è fragile sul piano dottrinario per un verso; ma è anche errore strategico nella direttrice di marcia. Sino all'ultimo infatti e contro ogni evidenza la cultura e la pratica politica dei Lumi puntano sull'assolutismo e sulle sue procedure autoritarie di riforma. Fragilità e debolezza nella divulgazione del razionalismo seicentesco, esasperazione delle direttive baconiane di celebrazione del ruolo dominante della tecnologia, superficiale e pericolosa sottovalutazione della «populace», un gusto filantropico e un manierismo pacifista che cela invece le nuove forme dell'autoritarismo. Di qui alcune tendenze ad interpretare «al negativo» la cultura politica e la stessa civiltà del XVIII: sarebbe dal cuore della «philosophie», («pensiero debole» per effetto di una superficiale mistica del progresso), che prendono corpo le tendenze del pensiero totalitario; la luminosa trasparenza del contratto sociale, delle leggi di natura, di una politica riflesso della tolleranza e della filantropia, sarebbero un velo mimetico inconsapevolmente steso sull'ostilità dell'uomo-leviatano. Certo è che l'antico regime, sul piano delle strutture economiche e sociali, non dà in Europa continentale segni di cedimento e i processi di modernizzazione al di fuori della Francia coincidono con un consolidamento dell'assolutismo seicentesco. È sicuramente vero che, sulla scorta del buon andamento dell'economia rurale e della favorevole congiuntura demografica, il Settecento esce dal tragico e dalle rigidità del Grand siècle, si apre all'ottimismo e scopre la «felicità sociale». Ma questo bonheur, e il desiderio di un immediato bien être, è però la felicità dei ricchi, così come la natura benefattrice e l'ordine razionale che essa deve promuovere sono patrimonio e programma esclusivo di un suddito-cittadino che si definisce per differenza rispetto all'uomo comune: civilizzato, filantropo e dotato di esprit de finesse il primo, necessariamente volgare, incolto e potenzialmente aggressivo il secondo. Oltre i confini delle città e delle corti-palazzo nel Settecento, il tragico della civiltà materiale rimane ed è allora possibile costruire un ciclo bisecolare della modernità di incubazione e preparazione dello slancio planetario del XIX secolo: il Seicento e il Settecento vi avrebbero lavorato insieme per effetto di initerrotta cumulazione. Senza pretendere di offrire soluzioni interpretative rivoluzionarie, a me sembra che il criterio di unità del sentire illuministico, quel che lo fa tanto attraente per noi e per ciò stesso tanto inafferrabile e problematico, sia da ricercare in quella «crisi della coscienza Europea» degli anni 1680-1715 da tempo messa in luce e descritta. Si tratta di un ciclo di eventi culturali gettato a fare da ponte tra il Grand siècle e il secolo dei Lumi la cui indiscutibile omogeneità è il movimento, la «messa in moto» del motore stesso della modernità, una sorta di accelerazione quantitativa delle opere del pensiero, un passaggio dalla stabilità al movimento. Quel che fa il clima vero dei Lumi e riduce a unità un articolato corso della civiltà è, in definitiva, una nuova dimensione del tempo, una sua nuova sostanza e profondità, appena avvertibile prima, poi vieppiù palese. Se nella prima metà del Novecento si è potuto riconoscere nel XVIII secolo il nostro luogo delle origini e l'anno zero del nostro calendario politico-culturale, è perché il tempo che crediamo di leggere nel secolo dei Lumi è in movimento rispetto a quello solo apparentemente immobile del Grand siècle. In movimento e di una sostanza diversa.

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Una nuova energia temporale
Si tratta infatti di un tempo-energia che si espande, subisce accelerazioni crescenti e giunge quasi sino a noi creando canali di comunicazione diretta tra presente e passato; un passato nostro che agli occhi degli abitatori di quel tempo era già futuro. Il «qui e ora» dei philosphes è in realtà una guerra di liberazione dalla solitudine e dalle magie del presente, una marcia in avanti, un progredire verso un tempo-speranza che si è affrancato dai condizionamenti dell'immobilità. E se oggi siamo inclini a prendere le distanze dal secolo dei Lumi e della Rivoluzione è perché quel moto e «modo» del tempo, e i patti che ne sono conseguiti, ci pare vieppiù estraneo per effetto della sua ingenuità e dell'ottimismo che configura il tempo a venire come un territorio amico e soggetto ad ogni operazione di dominio e di facile conquista; perché ormai ci siamo lasciato alle spalle un brillante futuro. In breve, quel che rende a noi famigliare il secolo dei Lumi è l'incerto e faticoso percorso tra le grandi rivoluzioni della cosmografia occidentale del Seicento (Keplero e Newton) e quella che coclude il Settecento e che ci disvelano Kant e Laplace. Immanuel Kant e Pierre Simon de Laplace estesero infatti al tempo le leggi che Newton aveva formulato per lo spazio e misero a punto una nuova teoria dell'evoluzione del cosmo immaginato come prodotto di un percorso temporale e, in definitiva come frutto della temporalità. La ricerca delle origine dell'universo, condotta nella dimensione del tempo, certificò che il moto non era eterno e immobile, ma aveva una sua «storia»; che il tempo non era una base assoluta e pura dell'esperienza; che la macchina dell'universo non era una struttura uscita perfetta dalla mente di Dio; che il fiat originario era solo l'avvio di un processo; e che, infine, una nube di gas rotanti, una nebulosa, aveva dato luogo alla formazione di decine di migliaia di altre nebulose e da queste, in virtù di tempi, vicissitudini, storie diverse, erano evoluti i corpi celesti. Cosicché le zone buie e silenziose dell'universo si illuminano improvvisamente di una loro vita e le qualità del moto si trasmettono al tempo. Insomma quel che accade successivamente e progressivamente nel Secolo dei Lumi è che la creazione non ha più un luogo, né un tempo, semmai è nel tempo perché non c'è un prima o un dopo che non sia temporalità; non vi è una creazione né un'apocalisse, ma solo un fluire del tempo e una sua storia tutta da scrivere. E di conseguenza che le leggi dell'universo non sono più solo matematiche, ma anche storiche, che la natura ha una sua storia tutta misurabile e databile in termini quantitativi (Buffon) e che questa storia della natura altro non è che un susseguirsi di creazioni (Hutton), un presente senza confini e in continua espansione.
Naturalmente in questo cammino di liberazione del tempo la «philosophie» dei Lumi rimane saldamente legata al meccanicismo e al razionalismo e il suo ponte con il secolo di Luigi XIV non subisce fratture; inoltre il tentativo di umanizzazione delle nuove dimensioni della temporalità scoperte o solo intuite connettono in modo ancor più rigoroso l'uomo alla società, alla «sua» natura, al suo stato di natura; lo imprigionano di più al suo eccentrico e solitario destino e lo allontanano irrimediabilmente dal cosmo. 

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Avventure e rivoluzioni
Cosicché il secolo dei Lumi è un secolo di avventure più che di rivoluzioni, di esploratori più che di conquistatori, cosi come la conoscenza per gli enciclopedisti non ha nulla di perentorio, di definitivo e di autoritario e la scienza nulla di mitologico o feticista: l'Encyclopédie insegna infatti il buon uso della ragione, non ne celebra il trionfo, offre un censimento delle zone di luce per certificare il sussistere di infinite zone di ombra. «Il sistema generale delle scienze e delle arti, è un labirinto e un cammino tortuoso che lo spirito affronta senza troppo conoscere la strada da seguire» scrive D'Alambert nel presentare l'opera. L'albero del sapere e delle conoscenze diviene allora una inafferrabile sfera, «una specie di mappamondo che deve mostrare i principali paesi, la loro posizione e le loro vicendevoli dipendenze, il cammino in linea retta che vi è dall'uno all'altro; cammino spesso interrotto da mille ostacoli che non possono essere noti in ciascun paese se non che agli abitanti o ai viaggiatori, e che non potrebbero essere mostrati che in carte particolari e molto minute. Queste carte particolari saranno i diversi articoli dell'Enciclopedia e l'albero o sistema figurato ne sarà il mappamondo». Viaggi, esplorazioni, avventure. Nessuna conquista militare e nulla di totalizzante e intollerante perché il viaggio dei philosophes nel tempo e nel potere non ha ancora abbandonato quel fondamento dell'humanitas celebrato proprio nel cuore del Seicento da Cartesio: il dubbio radicale che è la ragione della tolleranza. Soprattutto la metafora del labirinto consente infine di rendere giustizia alla modernità del secolo dei Lumi, perché il cammino di scoperta che deve condurre alla luce e alla libertà, implica necessariamente tentativi, prudenze e capacità di ritornare sui propri passi, rinunce insomma all'arroganza della certezza. La sfida che il labirinto propone è quella all'intelligenza capace di giocare. Una ragione scritta in lettere minuscole dunque e una pratica di pensiero attuale che può coniugarsi con la postmodernità; un pensiero che è «debole di fronte a chi crede che l'esito della lotta dipenda da un dizionario forte. È forte e vince, talora, perché si accontenta di essere ragionevole». Cosicché se è forse possibile ricercare nella cultura dei Lumi le radici della Rivoluzione francese, non è agevole ricercare nel pensiero dei philosophes il germe della Rivoluzione. Candide, del resto, non pensava certo di capovolgere l'ordine sociale con una sua utopia o di sistemare il mondo una volta per tutte, ma piuttosto di mettersi al riparo dalle sue follie, da quelle zone buie che a fatica, e non si sa quando, potranno essere illuminate. Non vi è dunque da stupirsi se sul piano del sentire politico, il secolo dei Lumi non innovi rispetto alle mitologie del Seicento. Ciò a cui si assiste è un rapido surriscaldarsi del dibattito politico sulla costituzione della monarchia francese per effetto di espansione, accelerazione della massa temporale: la celebrazione dell'assolutismo allora si replica e anzi si esaspera sino alla sua definitiva implosione. Ed è forse e solo questa la grande frattura dei Lumi rispetto al Seicento, una frattura, del resto, leggibile alla grande distanza alla quale noi oggi ci collochiamo. L'assolutismo illuminato o addirittura il «dispotismo legale» modernizzano ulteriormente il concetto della sovranità mantenendone la completa concentrazione, la piena esclusività, l'alto livello di sacralizzazione, ma al tempo stesso lo consumano, lo erodono e ne prendono le distanze. In virtù di questo processo il Settecento, sul piano dell'antropologia politica, porta così a compimento il progetto appena abbozzato alle origini della modernità: il secolo dei philosophes conclude il processo di impasto delle figure del principe, del cortigiano e dell'abitatore di Utopia, ne unifica i tempi nella dimensione smisurata e immobile della sovranità assoluta; poi quasi inavvertitamente crea il philosophe-citoyen e cioè il suddito-sovrano. Di li a un passo ed ecco l'uomo-cittadino.

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